Il mental coach Civitarese: “Serie C? Tecnica prevarrà su agonismo”

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Roberto Civitarese
Il mental coach Roberto Civitarese

Un metodo fondato sulla programmazione neurolinguistica, il calcio professionistico come ambito di applicazione e la formula “la mente si può allenare”. Così Roberto Civitarese, mental coach di calciatori di A e B, getta le basi per un futuro prossimo fatto di allenamenti contingentati, porte chiuse e l’impatto della ripartenza del sistema calcio. Anche in Serie C. Perché l’incertezza può trasformarsi in opportunità.

 

La Vis Pesaro non gioca dal 22 febbraio scorso. Una sosta arrivata nella fase più concitata del campionato. Cosa significa l’assenza di calcio giocato per un atleta professionista?

“Ci sono due fattori in campo. Il primo è quello del distanziamento sociale. Un calciatore è abituato quotidianamente a un ritmo incentrato sull’attività svolta insieme ad altri, all’esterno delle mura domestiche. Ed è un’attività dinamica, tra tattica, palestra, partitella. In una situazione normale il calciatore ha un’abitudine a relazionarsi e ad affrontare sfide che nel recente lockdown gli è stata tolta. Ad ogni modo gli atleti con famiglia al seguito sono i più fortunati: hanno la possibilità di vivere il momento all’interno delle loro mura domestiche. Gli altri invece hanno vissuto tre mesi in totale isolamento. Il secondo aspetto è quello di natura psicofisica: la vita del calciatore prevede uno sforzo fisico che è anche mentale. In questo senso abbiamo preso i giocatori e li abbiamo immobilizzati in casa: questo ha inciso sul loro disagio”.

Quanto può influenzare la psiche un simile clima di incertezza, tra ripresa annunciata e stop definitivo della Serie C?

“La risposta è immediata: l’incertezza crea uno stato d’animo tutt’altro che positivo. Per qualsiasi professionista. Ed è con questo spirito che vengono svolte le attività. Un calciatore scende in campo con la paura rispetto al futuro. Se domattina la C dovesse dire di partire, di sicuro sarebbe uno shock per molti calciatori”.

TRA RIPRESA DEGLI ALLENAMENTI E GARE A PORTE CHIUSE

La graduale ripresa degli allenamenti nei centri sportivi può essere d’aiuto?

“Ho visto diverse realtà allenarsi con una formula di libertà individuale. Sono stato colpito in positivo: l’atleta comincia a riabituarsi a un ritmo che aveva perso. In questo senso non è tanto un palliativo per l’impatto psicologico del lockdown, quanto un primo passo verso il ritorno alla normalità. Dobbiamo ricordarci che i calciatori non sono robot con un interruttore. La ripartenza del campionato tedesco ha infatti dimostrato che le squadre non erano quelle di prima, soprattutto per una questione mentale: in campo si va con uno stato d’animo intriso di paura che impedisce di esprimere al massimo le proprie abilità”.

Quale sarà l’impatto del giocare a porte chiuse? Davvero la tecnica prevarrà sull’agonismo?

“Se diamo assodato che un calciatore sia la sommatoria di parte fisico-atletica, tecnico-tattica, emozionale e mentale, nel momento in cui io tolgo il pubblico sottraggo pure gli ultimi due aspetti. A quel punto rimarrà soltanto la tecnica, e le rose più forti sotto questo punto di vista saranno favorite. Al contrario, saranno proprio le piazze calde a essere penalizzate”.

IL TECNICO: LA SUA GUIDA NE ESCE RAFFORZATA

Chi per la prima volta si affaccia alla C troverà maggiori difficoltà?

“Chiunque abbia un rituale consolidato allora verrà penalizzato. Ciò però vale soprattutto per il calciatore esperto. Paradossalmente per il giovane sarà più facile. Anche se il più grande impiegherà meno tempo per adattarsi alla nuova situazione. Come dico sempre ai miei assistiti: chi si fa trovare più pronto ha maggiori possibilità di mettersi in vetrina, soprattutto in Serie C”.

E l’allenatore?

“Il mister è fondamentale in quest’ottica. Dal punto di vista culturale gli è riconosciuto un ruolo di primaria importanza ed è evidente che giochi un ruolo decisivo. Ancora prima del calciatore guida il gruppo e lo motiva per questo scorcio di campionato”.

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