Editoriale – Ma davvero pensate che si possa giocare in Serie C?

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La Prato stracolma di tifosi biancorossi

Non è una verità assoluta, ma semplicemente il pensiero di chi scrive. La Serie C è ad un bivio. Il 28 maggio, alle ore 18 e 30, ci sarà il tanto atteso confronto tra il Ministro dello Sport Spadafora e la FIGC. Che ha ribaltato la decisione dei club di Serie C, votata dal 90% dei presidenti, di chiudere la stagione sportiva senza ripartire e con il blocco delle retrocessioni. Come ormai tutti sappiamo la linea Ghirelli è stata ampiamente bocciata da Gravina, che ha creato un fronte comune con Balata e Sibilla, presidenti delle leghe di B e D.

Ma davvero pensate che la Serie C possa tornare in campo? O meglio, potrebbe. Ma quali sarebbero le conseguenze? Se i dati del contagio da Coronavirus dovessero, come tutti ci auguriamo naturalmente, andare sempre a migliorare verrebbe meno il presupposto di poter disputare soltanto play-off e play-out. Giocare non è così semplice come viene descritto. Per un milione di motivi, che adesso vi elenchiamo.

Prima cosa: la Serie C a porte chiuse non è minimamente sostenibile. Non lo era neanche a porte aperte, ma quella è un altra storia. Allora che si fa, una norma ad hoc per portare la gente in sicurezza negli stadi? Una norma ad hoc per i diritti tv che sono inesistenti in terza serie? Nulla di tutto questo è al centro del dibattito.

Ma andiamo avanti, poniamo che tutte e 60 le squadre siano in grado di assicurare il totale rispetto dei protocolli sanitari: rimarrebbero 11 partite di regular season, più play-off e play-out. Come si fa a garantire la regolarità di un campionato in cui diverse società hanno iniziato già a smobilitare? Mi viene in mente l’esempio del Piacenza, che ha rescisso già diversi contratti. Senza togliere il costo della riapertura, più di 200mila euro in media per società per finire la stagione. Un’ulteriore mazzata per club che si basano soltanto sulla forza imprenditoriale dei propri presidenti.

Adesso facciamo un esperimento: ci trasferiamo dall’Italia al mondo delle favole. La ripartenza è possibile e sicura. Bene, ma chi ha il contratto in scadenza a giugno? Serve una norma anche per quello, soprattutto in C dove la stragrande maggioranza dei rapporti lavorativi sono su base annuale. E per i prestiti? Ancora stiamo facendo i conti senza l’oste, curioso in un paese dove per anni è possibile che non si muova nulla, ma adesso si pretende di rivoluzionare il calcio in qualche settimana.

Tutti hanno voglia di ripartire, in ogni settore sociale. Però le cose vanno fatte in un certo modo, e per il momento in Serie C c’è più confusione che programmazione. Si parlava anche di riforme strutturali, due gironi di B e tutte quelle belle idee. Curioso, sempre in un paese dove da più di due anni non si è riusciti neanche ad agevolare fiscalmente i club (la tanto famosa defiscalizzazione). In sintesi: più tempo perdiamo adesso, meno ce ne sarà per pianificare con delle basi solide il futuro del calcio in Italia. Che non va scordato, passerà inevitabilmente anche dalla sopravvivenza della Serie C.

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