Mazzoli: “Più saremo professionali, più le giovanili della Vis diventeranno importanti”

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marco mazzoli
Marco Mazzoli nelle vesti di allenatore della Vis Pesaro Under 15 (foto: Vis Pesaro 1898).

Si parla tanto di settore giovanile in Italia. Che è un po’ l’ancora di salvezza – astratta e permanente – della nazionale, quando c’è da inaugurare un nuovo ciclo, e dei club quando i conti non tornano. Una sorta di oasi felice che, come tutte le cose, in realtà richiede impegno, pazienza. Programmazione. Richiede il lavoro minuzioso di chi nei ragazzi e nella loro crescita ci crede davvero, come Marco Mazzoli. Tornato alla Vis Pesaro in estate per allenare i ragazzi dell’Under 15.

Non si tratta del suo primo déjà vu in biancorosso. Cresciuto nello stesso vivaio che ora sta contribuendo a coltivare, l’ex difensore centrale ha disputato due stagioni tra C2 e C1 in maglia vissina prima di avventurarsi altrove al termine della stagione 1988/89. Vicenza, Giarre, poi tanta Serie B. E infine il ritorno a Pesaro (tre campionati in C1) per chiudere in bellezza la carriera. La nostra intervista a Marco Mazzoli non poteva che partire da quel momento.

“Dopo aver fatto tanti anni in giro per l’Italia ritornare è stato bello, e poi siamo sempre rimasti in C. Purtroppo l’anno dopo, in cui mi sono ritirato, la società non è riuscita a salvarsi ed è fallita”.

Marco Mazzoli allievo del settore giovanile della Vis Pesaro e Marco Mazzoli allenatore dell’Under 15 della Vis Pesaro. Quanto è cambiato il calcio nel frattempo?

“Tantissimo. I ritmi di gioco sono molto più veloci, c’è più intensità e un ragazzo ha meno tempo per ragionare. Bisogna essere molto preparati. Gli allenamenti sono completamente diversi, più professionali. E adesso un ragazzo cresciuto in un settore giovanile ne esce quasi pronto per il grande salto: poi il contatto con il calcio vero lo potrà avere solo giocando con la prima squadra”.

In cosa sono diversi gli allenamenti?

“Ho un patentino da allenatore [Uefa A] che mi permetterebbe di allenare in Serie A, e devo dire che nei settori giovanili di oggi le metodologie di allenamento sono molto avanzate. Si dà la possibilità a un ragazzo che ha passione, voglia, e non è detto che debba avere per forza delle qualità eccelse, di arrivare a buoni livelli. Queste tecniche di allenamento aiutano i ragazzi a vedere gli spazi, a essere più veloci nella lettura del gioco, nel trasmettere la palla al compagno, muoversi e inserirsi in profondità. Ti danno modo di crescere ed essere sempre più sicuro di ricevere il pallone”.

C’è chi dice che però la qualità rispetto a una volta sia scesa…

“Il livello generale di tecnica dei ragazzi per me è aumentato, anche se risalta di meno la qualità tecnica del singolo. Oggi tutto è molto più incentrato sul gioco di squadra. Bisogna essere preparati ad affrontare le pressioni rapide degli avversari, i ritmi sono molto più alti, si deve essere attivi. E questo la maggior parte delle volte non permette al calciatore di esaltare le sue qualità, che adesso può mettere in mostra soprattutto in fase di finalizzazione. Una volta c’era più libertà. In costruzione di gioco, vedevi un ragazzo saltare 2-3 avversari e creare superiorità numerica. Adesso tutte le squadre sono molto più organizzate a livello tattico e non è più così facile farlo”.

Quindi qual è la tua filosofia?

“Io cerco di aiutare i ragazzi a uscire dalle situazioni difficili in campo, a reagire con velocità. Non esistono più gli schemi di gioco: c’è molta più dinamicità, devi trasmettere palla e muoverti, e vale per chiunque sia in campo. È complesso ma aiuta molto i ragazzi ad arrivare a una formazione completa. Alleno da tanti anni e ne ho visti alcuni crescere in maniera sorprendente. Sono contento dei metodi di allenamento che sto adottando, è una grande soddisfazione vedere i progressi di ragazzi che prima erano ‘timidi’ e dopo anni di lavoro chiedono sempre palla, si propongono. Significa che gli hai trasmesso la voglia di giocare a calcio.

Quanto è ‘malleabile’ un ragazzo? C’è un’età precisa per iniziare?

“Prendere i ragazzi a 15 anni, come ho fatto qui alla Vis, forse è un po’ tardi. Si dovrebbe cominciare dai 13 anni e a 16 essere quasi già pronti. Questo perché in un Under 17 si guarda più il risultato che la prestazione, e non va bene. A 13-14 anni la cosa più importante è la formazione del singolo, e il risultato di squadra ha il giusto peso. Certo, poi vincere aiuta, crea autostima. I ragazzi devono essere messi in condizione di sapere cosa fare e in caso di sbagliare: si passa sempre dagli errori per poi arrivare alla cosa giusta”.

Mazzoli è un fiume in piena, una sorgente di passione per il suo lavoro. E tutt’altro che banale.

“Molti dicono che è un peccato, ma io sono contento che il campionato sia fermo e non ci siano le partite [ride]. Così hai molto più tempo, nessuna pressione. Anche se è chiaro che la partita della domenica ti aiuta a vedere se ci siano stati miglioramenti o meno di squadra. Singolarmente, riesci a vedere se un ragazzo migliora anche dalle esercitazioni”.

Da cosa si vede?

“Deve sapere come ricevere una palla, smarcarsi, muoversi, tutte cose fondamentali per un calciatore di qualsiasi età ed è questo l’obiettivo di ogni settore giovanile: la formazione. Su 20 ragazzi, 5 o 6 diventeranno calciatori e andranno in prima squadra. Ma è importante che questi 5 o 6 ragazzi siano stati preparati e che l’allenatore della prima squadra non gli trovi dei difetti di formazione. ‘Non sa difendere’, ‘non sa stare in campo’, sono cose che non voglio sentire. Sono molto attento su questo e mi interessa che ogni ragazzo sia completo. È la cosa più gratificante che ci possa essere per me”.

Come dicevamo, hai un patentino per la Serie A. Ma inizio a capire perché alleni le giovanili…

“La passione di allenare i ragazzi da 7-8 anni a questa parte per me è fondamentale, bellissima. Mi piace, sono veramente contento di lavorare su dei ragazzi che hanno l’età adatta per assimilare quei principi di gioco che manterranno una volta diventati calciatori adulti. Gli errori si fanno anche in Champions League, l’importante è riuscire a riconoscerli, e questo accade lavorandoci dai 13-14 anni. Capire gli errori significa farne sempre di meno in futuro”.

L’Italia calcistica sta cercando di riscoprire i giovani, come sempre e almeno in teoria. Ma c’è qualche esempio virtuoso.

“Settori giovanili come Atalanta, Sassuolo, prendono i ragazzi a quell’età, 12-13 anni. E sono tra le squadre che stanno lavorando meglio in Italia nei settori giovanili: un motivo c’è”.

Hanno più tempo per plasmarli.

“Fino a qualche anno fa lavoravo con i ragazzi dai 9 ai 12 anni, adesso alla Vis sono con i 14-15enni ma, per esempio, mi sono portato un ragazzo che alleno fin da quando era piccolo, Nicola Montinaro. Viene dal Muraglia. Piano piano, dopo anni di lavoro su tutti questi aspetti, è migliorato tantissimo. Si deve andare per step, dare il tempo al ragazzo di crescere. Poi verrà fuori”.

La tanta esperienza accumulata negli anni di Serie B da Marco Mazzoli sarà sicuramente un valore aggiunto per la Vis Pesaro. E non lo dice lui – “Non mi considero un allenatore migliore di nessuno” -, ma chi scrive. Per diventare veramente grandi bisogna partire dai piccoli, dal basso. Con impegno, pazienza, programmazione. Professionalità fin dal settore giovanile.

“Questa è la mia passione, la porterò avanti fino a quando non ce la farò più [ride]. Nella mia carriera ho ricevuto tante informazioni, ho avuto tanti allenatori che mi hanno insegnato moltissimo. Non solo dal punto di vista tecnico ma anche della mentalità, del carattere. È la mentalità a rendere una società professionale. Più ci avviciniamo alla professionalità, più il settore giovanile della Vis Pesaro diventerà importante.

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