Pierluigi Spagnolo: “Manca stare insieme, cantare spalla a spalla in curva”

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Pierluigi Spagnolo, ospite a Rai News 24

“Il calcio senza tifosi non è niente”. Parola di Pierluigi Spagnolo, autore del libro I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano, che cita la frase di Jock Stein, allenatore del Celtic Glasgow nel triplete del 1967, per raccontare un eventuale ripresa dei campionati con gli spalti vuoti.

“In questa esperienza del Covid-19 tutte le tifoserie si sono mobilitate per aiutare le famiglie in difficoltà, gli infermieri e i medici”, racconta il giornalista pugliese presente l’estate scorsa a Pesaro per i 40 anni del movimento ultras in città. Pierluigi è chiuso in casa a Milano, dove lavora alla Gazzetta dello Sport. L’autore del libro, ora tradotto anche in tedesco, nel corso dell’intervista a SoloVisPesaro spiega quanto manca il calcio nelle curve, tra amici e compagni, anzi “congiunti diremmo oggi perché sono degli affetti stabili“.

Anche lui è un frequentatore, quando può, delle gradinate da dove partono i cori, i battimani e le coreografie: “L’ultima partita che ho visto è stata Viterbese-Bari. Il 5 aprile volevo andare a Teramo a seguire il Bari, queste per me sono le trasferte più a nord e vicine”, ci scherza su. Ma dall’ultima settimana di febbraio il calcio è fermo.

Pierluigi, cosa ne pensi di questa voglia delle società di riprendere a giocare?

Le società hanno tutto l’interesse a ripartire perché si è capito chiaramente che il mondo del calcio solido non esiste. Basta fermarsi tre mesi e il sistema rischia d’implodere. Tante società senza i soldi delle pay tv, su cui il sistema si regge, rischiano di non arrivare alla prossima stagione e di crollare. Un’esigenza che si scontra con quella dei tifosi.

Ecco, sullo sfondo abbiamo l’indifferenza popolare. Nessuna voce si è levata dal mondo del tifo per reclamare il ritorno immediato del calcio. E a tal proposito, proprio ieri sul Corriere della Sera, il ministro delle Sport Vincenzo Spadafora, intervistato, ha detto: la maggioranza degli italiani non vede di suo occhio la ripresa del campionato. Come mai secondo te?

I frequentatori degli stadi e i tifosi veri, in questi mesi, hanno avuto altre cose importanti a cui pensare oltre al pallone. Tutte le tifoserie si sono schierate contro la ripartenza perché non ha senso, non c’è il clima. Ci sono 30 mila lutti. Queste due esigenze – tra calcio e tifosi – si ‘scontrano’. Il paese va in una direzione opposta. Il calcio è una valvola di sfogo, ma in questo momento non è la priorità. Atalantini, genoani, napoletani, bresciani, tifosi della Sampdoria, della Spal, al di là della classifica e degli interessi, dicono ‘non ci interessa la ripresa del campionato, abbiamo un lutto troppo fresco’. Il calcio è una festa, esultare al gol è una gioia ma in questo momento nessuno ha una gioia da liberare. Il calcio va quindi per i fatti suoi, scollegato dal sentimento popolare e delle tifoserie italiane.

Lo striscione appeso dagli ultras della Vis Pesaro fuori dall’ospedale

Capitolo Serie C, tu sei tifoso del Bari. La terza serie rischia tanti fallimenti e riforme?

Il mondo del calcio dalla C in giù, senza ripartire, rischia il collasso. Già la prossima stagione tante realtà potrebbero non presentarsi ai nastri di partenza. Ma io mi preoccuperei anche di tutto ciò che ruota intorno al calcio: persone che guadagnano stipendi normali, come magazzinieri, autisti, quelli che lavorano nel mondo del settore giovanile, gli impiegati, persone che rischiano veramente di perdere il lavoro. Preoccupiamoci di loro, non di chi in media prende 2 milioni all’anno. Il calcio minore, che non è mai sotto i riflettori, è quello che rischia maggiormente di andare in tilt.

Su Repubblica domenica in un editoriale c’era scritto: “Spettacolo e spettatore
hanno una comune radice, l’uno senza l’altro appassisce”. Sei d’accordo? Cosa
ne pensi? Quando gli ultras potranno tornare nelle curve e come?

Se il campionato ripartisse si concluderà a porte chiuse e chi lo seguirà lo farà in diretta tv. Finché non ci sarà una cura efficace al Covid-19 non avremo persone sugli spalti. Per la prima volta stiamo facendo conoscenza di un calcio senza tifosi. Chiediamoci però quanto senso ha. In futuro il calcio ne farà sempre più a meno… Speriamo non diventi il pretesto, l’esperimento sociale, per un calcio che vivrà sui diritti televisivi e rinuncerà ai tifosi, soprattutto a quelli indisciplinati. Il calcio non è niente senza i tifosi. Le porte chiuse potrebbero essere il primo passo per un calcio che vedrà i tifosi come clienti, fruitori di un prodotto sul divano di casa.

Secondo gli otto punti dati venerdì dal Corriere della Sera su come saranno gli stadi – ultras seduti, pubblico con mascherine dei colori sociali come business, porte infrarossi, riconoscimento facciale all’ingresso, bar/chioschi senza code e banconote ma con app su smartphone e consegna al posto – il mondo ultras rischia di morire? 

Difficile prevederlo. In ogni caso, pandemia o meno, il calcio va sempre più verso la normalizzazione del pubblico. Gli stadi sono sempre più moderni e i biglietti costosi. In futuro ci saranno idee per rimodulare la presenza dei tifosi negli stadi. Già si parla di stare a sedere, quindi non più una ressa, una massa, come lo sono le curve. Insomma, una logica del controllo che già stiamo sperimentando. Il pubblico sarà così addomesticato: clienti e non tifosi, spettatori e non più sostenitori, gente che assiste alla partita come se fosse a uno spettacolo teatrale. Un pubblico sempre più turistico, con stranieri che girano gli stadi. L’identità della tifoseria verrà sminuita: gli ultras seduti, nel calcio del futuro, non ci saranno più. Un po’ perché verranno cacciati e un po’ perché non vorranno loro.

La coreografia al Tonino Benelli per i 40 di movimento ultras nella città di Pesaro (crediti foto Filippo Baioni)

Come pensi sia trattata la curva e l’essere ultras dall’opinione pubblica?

Come tutte le cose che non si comprendono, a volte si tende a criminalizzarle così pensi di risolvere il problema. Se non capisci cosa spinga un gruppo di ragazzi a fare 18 ore di pullman tra andata e ritorno per due ore di partita, felici anche se perdono 3-0, fai prima a mollarli come degli idioti così risolvi il problema del meccanismo ultras. È una delle sottoculture che in assoluto vive di più del pregiudizio dell’opinione pubblica. Chiunque non ha frequentato una curva tende a pensare che sia il luogo peggiore e più pericoloso del mondo. Ma poi quando si va ci si accorge di umanità e socialità che probabilmente oggi mancano altrove. È un luogo sociale a tutti gli effetti. Nei momenti di difficoltà, come vediamo oggi, dagli ultras nasce lo spirito di collaborazione e voglia di fare qualcosa per gli altri.

Quanto ti manca andare allo stadio? E cosa ti manca di più dello stadio?

Lo stadio, per come lo intendono le curve, è lo stare insieme, il contatto, lo spalla a spalla. Tutti insieme con la stessa passione. Mi manca cantare con gli altri e l’aggregazione. Oggi la curva è forse uno dei modi di contagio assoluti, visto il contatto fisico e la saliva. Per un bel po’ ci scorderemo di quella maniera di tifare.

Domenica sulla Gazzetta dello Sport c’era l’intervista a Enrico Brizzi, penna
magica italiana sul mondo del calcio che ha fatto anche la prefazione del tuo libro I ribelli degli stadi. Brizzi, in una risposta dice: “La curva è il luogo più democratico del mondo”. Pensi che sia così? Perché?

La sua frase spiega la curva a quelli che non ci sono mai andati. È l’unico luogo trasversale ed eterogeneo dove gomito a gomito, 14enne e 60enne, figlio del notaio e del disoccupato, quello che ha l’attico e l’altro che vive alle case popolari, vivono la stessa passione alla stessa maniera, senza distinzioni di età, di sesso, di colore politico in molti casi, di censo, di titolo di studio, di provenienza famigliare. Un mondo interclassista e penso che non esista altro luogo così nella società italiana.

 

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Il tuo libro I ribelli negli stadi, uscito l’1 giugno 2017, dopo il grande successo nazionale è oggi disponibile anche in tedesco. Come sta andando il testo, a una settimana dall’uscita, in Germania?

Il mondo ultras tedesco è nella fase di massimo fulgore, un po’ come noi negli anni ’80 e ’90, con curve strapiene, settori che costano poco e tanti tifosi in trasferta. Il libro sta andando bene e non mi stupisce che il mondo tedesco abbia curiosità e interesse per quello italiano, coloro che hanno fondato il movimento. I gemellaggi tra curve tedesche e italiane lo testimoniano.

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