Vis Pesaro, Puggioni: “Qua per città e tradizione. Affascinante provare a fare ciò che non è mai riuscito”

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Christian Puggioni, nuovo portiere della Vis Pesaro

47 minuti. Di parole, pensiero e convinzioni. Quarantasette minuti di intervista, zero banalità. Abbiamo avuto il privilegio di chiacchierare con Christian Puggioni, portiere della Vis Pesaro 1898 e protagonista per più di un decennio tra i pali di Serie A e B. Partendo dall’attualità che risponde al nome di FeralpiSalò, passando per aneddoti e ricordi di quando ancora Puggioni non era nessuno, e si alzava a notte fonda per lavorare mentre sgomitava per farsi notare nel mondo del calcio professionistico. Era la fine degli anni 90, e da quel momento Puggioni ne ha fatta di strada, arrivando a giocare a 35 primavere il primo derby della lanterna, lui tifosissimo blucerchiato, difendendo i pali della sua squadra del cuore.

Pagliuca come idolo da bambino, tanti portieri tra cui Buffon e Neuer a cui ha sempre cercato di rubare un particolare. Il suo pensiero sulla scuola dei portieri italiani, il suo arrivo a Pesaro e quel rapporto con il mare. Passando per David Beckham, Gianluigi Buffon e Alex del Piero. L’esperienza di un campione arrivato in cima perché ci ha creduto. Tra talento e lavoro, se glielo chiedete vi risponderà: “Scelgo il talento del lavoro“. Questo ed altro, mettetevi comodi.

L’arrivo a Pesaro e le prime esperienze in campo da biancorosso: Carpi e FeralpiSalò

Quando si guarda la rosa della Feralpidice Puggioni a “L’Isola dei Tifosi”– leggendo i nomi si può rimanere un po’ impauriti. La squadra non ha indietreggiato, sugli sviluppi della partita c’è da gridare vendetta. Un secondo tempo fatto su quei ritmi e quell’occupazione dello spazio avversario doveva garantire 3 punti.  La Vis ha giocato alla pari ed a viso aperto sia con Carpi che con la Feralpi”.

Nella prima gara abbiamo preso l’iniziativa di impostare dal basso, per i primi 20 minuti non sono riusciti a prenderci le misure. Negli ultimi anni ho avuto allenatori, come Giampaolo e De Zerbi, che mi hanno richiesto grossa partecipazione a livello podalico. Ho dovuto sviluppare delle peculiarità che metto a disposizione della squadra. A Salò abbiamo cambiato visto il modulo diverso e ciò che richiedeva.Costruendo negli ultimi 40 metri e non più dal basso. Cerchiamo di essere duttili, seguendo quello che ci dice l’allenatore“.

L’arrivo a Pesaro, da neanche un mese, e quella caratteristica in comune con Genova. Il mare. Da sempre fonte di ispirazione:Quando ho scelto questa piazza l’ho fatto per la città e la tradizione. Quella non la puoi comprare ed è bello far parte di qualcosa che ha una storia. Ma è ancora più affascinante provare a fare qualcosa che non è mai stato fatto“.

Perso con il Carpi e pareggiato a Salò, sono un diavolo. Non mi va bene prendere due gol. Non sono ancora al top, io avevo dato disponibilità dal 12 di gennaio. Poi mi è stato chiesto di accelerare i tempi e mi sono messo a disposizione. Devo crescere per poter dare ancora di più ai ragazzi. Sono arrabbiato perché voglio fare più punti. Questa categoria non può essere un punto di arrivo per nessuno, ma di passaggio. Il gusto è andare a giocare dove devi andare a giocare. E lì è bello“.

Per me la qualità della vita è fondamentale e Pesaro ne offre una eccelsa. Io amo stare al mare, ma è una questione di idea. Il mare è un orizzonte lungo, non ti chiude. Il mare ti apre la testa, ogni giorno cambia i colori. E’ bello quando è arrabbiato, quando è calmo lo devi temere. Al mare va portato rispetto, ha una concezione filosofica importante per me. La cosa bella è che a Pesaro non c’è il porto grande, perché il porto ammazza i sogni dei marinai“.

Il rapporto con i compagni e il ruolo del portiere. Pagliuca come idolo da bambino

Entrare in un gruppo e ritrovarsi a giocare dopo 7 giorni, vuol dire che ho dei grandi compagni. Ci tengo a dirlo pubblicamente, e non è scontato. Ci sono dei giovani forti, i ragazzi sono tutti bravi e hanno grandissime prospettive. Chiaramente i più piccoli hanno bisogno del loro tempo, hanno bisogno di sbagliare. E questo deve responsabilizzare noi over. Paoli è un ragazzo strepitoso e rappresenta qualcosa di importate. Uno come Lollo va apprezzato e portato avanti come una risorsa importante. E’ a disposizione di tutti, ha una voglia di trascinare che deve ispirare chi lavora per questa società“.

 Il portiere, un ruolo che Puggioni ha amato fin da piccolo. Con un faro, Gianluca Pagliuca. Estremo difensore della Sampdoria che vinse lo scudetto e arrivò in finale di Champions League: “Era un portiere incredibile, ti riempiva gli occhi. Aveva un modo di parare plateale, grande forza sulle gambe e una parata con la mano di richiamo bellissima. Non esistevano altri portieri per me. I miei genitori mi regalarono la sua maglia, giocavo le partite importanti con la sua maglia e non con quelle della società all’epoca. Prima di andare alla Samp. Negli anni ho capito che tipo di portiere sono, guardando Reina, Neuer, Antonioli per la tecnica, Buffon per la lettura, Marchegiani per le uscite alte“.

Sulla scuola italiana dei portieri Puggioni non ha dubbi, ma negli ultimi anni ha vissuto in prima persona l’influenza di altre nazioni: “Negli ultimi tempi sono uscite anche la scuola spagnola e tedesca. Quella italiana è più datata e guarda molto la tattica. Il nostro ruolo è cambiato subendo delle influenze europee. Gli italiano restano al top nel mondo, ma è giusto aggiornarsi alle nuove idee di gioco. Come quelle spagnole che derivano dal mondo catalano“.

Le esperienze che lo hanno portato in cima. Il calcio come possibilità di elevazione sociale

Per un periodo ho avuto l’esigenza di provare un’esperienza all’estero. Poi ho avuto la fortuna di incontrare giocatori che venivano dall’altra parte del mondo e ho cercato di capire le loro difficoltà ad adattarsi qui in Italia. Ho visto giocatori di qualità, ma non estremi conoscitori di tattica, non giocare per questo motivo. Al Chievo è stato fantastico giocare con Bradley, che è americano, e capire come loro interpretano questo sport. Anche nelle regole di spogliatoio. Per un sudamericano arrivare un minuto tardi, mettere la musica e ballare, non è un problema. Non vuol dire che non si stia concentrando. E’ un modo di interpretare diverso dalla nostra cultura“.

Avete presente DragonBall? I personaggi, quando sono al top, sono circondati da un’aurea. I giocatori di grande livello sono così. Mi ricordo quando vidi Beckham, o Ronaldo il Fenomeno, Ibra e Del Piero. Mi ricordo quando lo stesso Alex Del Piero, incitava ognuno dei compagni prima della partita. Con Buffon c’è una foto che ci ritrae, subito dopo l’eliminazione dell’Italia alle ultime qualificazioni mondiali. Ho cercato di capire le sue sensazioni, il suo dramma sportivo. In questi casi sono sempre stato una spugna, prendere il meglio dai grandi campioni“.

Vengo da una famiglia normale di Genova, di un quartiere non molto carino. Quando ero in quinta liceo avevo la possibilità di allenarmi la mattina con la prima squadra della Samp. Non potendo più andare a scuola. Mio padre mi disse che o studiavo o lavoravo. Non avevo un contratto professionistico, ma un piccolo rimborso spese. Allora mi inventai di andare a scaricare i camion. Mi alzavo alle 3 e 30 di notte, lavoravo dalle 4 e verso le 8 e 30 andavo ad allenarmi. Sono riuscito anche a diplomarmi lo stesso, da privatista. Fu fondamentale per capire qual è la vita reale. Dopo è arrivata la laurea e tutti gli altri attestati”.

Tra talento e lavoro la via è una: il “talento del lavoro”

Lavorare duro è un talento al pari del talento stesso. Costa tanta fatica. Ho giocato con giocatori straordinari come Cassano, ma anche con chi come Giorgio Chiellini che in allenamento non ti lascia nulla. Sono arrivato alla Samp dopo un anno e mezzo di inattività a Verona. Per un altro anno non vidi  il campo, il primo portiere era Viviano che andava forte. Lavorai con il preparatore di Cassano, che mi chiese: “Qual è il tuo obiettivo?” Risposi “O Everest o niente”. Per 6 mesi mi sono allenato come un pazzo, anche sapendo che non avrei fatto un minuto in campo. Ma questo mi permise di guadagnarmi la fiducia di Giampaolo per la stagione successiva. Mi portò in ritiro e dopo due mesi Viviano si fece male. Giocai il derby ed altre partite, condite da buone prestazioni. Quel derby non l’avrei mai giocato, se l’anno prima non avessi puntato l’Everest“.

 

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